AUTOLESIONISMO: IL CUTTING

La persona ricerca la situazione in cui attacca il proprio corpo, ferisce la sua pelle. L´autolesionismo rappresenta una ferita inferta alla pelle, uno sfregio, un atto violentissimo contro il corpo. Un comportamento che gli ultimi dati dell’Osservatorio nazionale adolescenza danno come sempre più precoce, si inizia anche a 11 anni, e sempre più diffuso: due adolescenti italiani su dieci sono autolesionisti. L’11,5 per cento dei ragazzi, inoltre, si fa del male intenzionalmente e nel segreto della propria stanza senza che i genitori sappiano nulla, in modo ripetitivo; e proprio la cronicità, che diventa dipendenza dal dolore fisico, riguarda in prevalenza le ragazze (il 67 per cento del totale). Tutto ciò spaventa e ci porta a domandarci perché questi giovani si tagliano? A cosa serve la lesione?

Dobbiamo iniziare a capire che l´autolesionismo non ha nulla a che fare con il suicidio, e´ invece proprio il contrario. Chi si autolesiona non pensa di morire, lo fa per sentirsi vivo, per cercare di restare ancorato a un corpo che non sente più suo, si tratta di un disperato tentativo di rimanere attaccato alla vita. L´angoscia e il vuoto che la persona sente sono a tal punto forti da non lasciare altra scelta, se non quella di cercare un rifugio provvisorio, una pausa dalla sofferenza, che si può trovare in una ferita. La parte più colpita sono le braccia, ma a volte anche ventre e gambe; se le lesioni riguardano il viso, la prognosi e´ più grave, poiché rappresenta la perdita della propria identità. Si tratta di una patologia che consiste dell´infliggere al proprio corpo ferite o lesioni di ogni tipo: lacerazioni, tagli, graffi, bruciature di sigaretta, il tutto scegliendo gli strumenti da usare, rasoi, coltelli, lamette, pezzi di vetro, forbici, compassi e altro. Il gesto autolesivo può avvenire ogni tanto, spesso, o tutti i giorni, in questo caso diventa un vero e proprio rituale compulsivo. La persona sceglie, il posto, il momento che solitamente e´ sempre lo stesso , in e´ sicuro di non essere visto.

La persona usa il dolore fisico per contrastare un´angoscia profonda, cerca con il taglio di rimanere in vita. Tagliando una parte di sé, lotta contro una sofferenza ben più grande del dolore che deriva dalla lacerazione del suo corpo. Il dolore del taglio lo si controlla, e´ circoscritto, mentre il dolore psichico e´ immenso e ingestibile. La persona cerca di sopravvivere. Solitamente l´atto autolesivo e´ accompagnato da vergogna, imbarazzo, e difficoltà nel mostrare le proprie ferite e cicatrici. Nel CUTTING la pelle diventa protagonista di una sofferenza inaudita. La pelle e´ un involucro che protegge il nostro corpo, funge da barriera tra dentro e fuori, segnando i limiti di sé. Il corpo, soprattutto in adolescenza, viene usato per comunicare profondi conflitti interiori e sofferenza psichica. La pelle viene attaccata, e questo da la sensazione di liberarsi dai sentimenti di rabbia, uscendo da stati di dissociazione o sentendosi vivi provando dolore fisicamente. Tagliarsi significa dar voce alla propria pelle, farsi male fisicamente per non sentire il dolore psichico o una rabbia insopportabile. La sensazione di benessere che da il tagliarsi e´ momentaneo, e può determinare un meccanismo di coazione a ripetere, come la droga, in cui il taglio diventa qualcosa di cui non si può più fare a meno. In adolescenza ci si taglia per superare l´angoscia di aver fallito la fusione tra mente e corpo,e con la violenza auto inferta, si dimostra a tutti la propria forza e il proprio coraggio. Affronta la sua incapacità e carenza affettiva dimostrando al mondo intero che può colpire, ferire un corpo che ora e´ solo suo.

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